Napoli – Carpe diem, Napoli: una “semina” lunga undici anni ed un momento tutto da vivere e da raccontare

Carpe diem, Napoli: una “semina” lunga undici anni ed un momento tutto da vivere e da raccontare

E’ il 19 maggio 2005. Quel giorno, nonostante la grossa mole di studio e di libri fermi ed impolverati sulla mia scrivania, decido di dedicarmi alla nonna e vado a pranzo da lei, stranamente controvoglia. Io volevo andare allo stadio, volevo vivere da vicino quell’emozione. E’ stato un anno difficile, di cambiamenti, di esami, di delusioni. Sto crescendo insieme agli azzurri che hanno voltato pagina dopo un’estate da incubo ma sono sempre lì, perché il ciuccio è ferito ma non è morto. Il super pranzo di famiglia non mi scalfisce. Io aspetto la partita. Mi piazzo sul divano e sotto i colpi dei lupi avellinesi mi allontano sempre di più. Non è possibile, è un incubo senza fine. Al triplice fischio finale sono in piedi, vicino ad una sedia: sguardo nel vuoto ed il volto pieno di lacrime. Quelle che ti squarciano il cuore, quelle che negli ultimi anni per la squadra che seguo ne ho versate parecchie. Ma il calcio è anche questo, così come le finali. “Ci rifaremo l’anno prossimo, tranquilla” tuona mio padre quasi con un fare divinatorio. Io gli credo ma continuo a piangere.

Nella stagione seguente, trionfale ed indimenticabile, capii forse per la prima volta nella mia vita che per raggiungere traguardi ambiziosi bisogna avere pazienza, costruire, lavorare, passare per le difficoltà e le delusioni, superarle e stilare bilanci: si diventa più forti, coscienti delle proprie capacità ma soprattutto resta l’immensa soddisfazione di avercela fatta con le proprie forze, nel posto giusto al momento giusto. Da quel 2005 sono passati quasi 11 anni, determinanti per il Napoli di De Laurentiis, ormai una certezza e non più una Cenerentola. Di delusioni ce ne sono state, così come le gioie, le cadute e le imprese. Si sono alternati tanti allenatori e giocatori, tra chi è rimasto nel cuore dei tifosi e chi invece è stato tacciato di tradimento, o di un passaggio sbagliato in un momento altalenante della carriera. Eppure le emozioni restano vivide, forti ed intense.

Tra calciatori e tifosi infatti c’è un’enorme differenza: chi va in campo gioca per un obiettivo a lungo termine, per collezionare mattoncini e godersi un bel castello solido che potrebbe brillare sotto il cocente sole di maggio. Come le due stagioni di C, bisogna avere la pazienza di seminare per poi raccogliere, facendo i conti con la fortuna, le avversarie, le alternanze di una stagione lunga, imprevedibile e piena di insidie. Chi ha la missione di vita del tifo invece, vive alla giornata. Segue un credo che non si smonta, che si rinforza al di là dei risultati, delle salite e delle discese, dei gol capolavoro, delle sconfitte immeritate. Perché è sempre il Napoli ad influenzare le sue giornate, le sue settimane, i suoi rapporti interpersonali in una sinergia profonda ed un rispetto continuo, ce si mescolano creando un mix unico e speciale.

Ecco che, sotto i colpi inferti da Albiol, Hamsik, Higuain e Gabbiadini al “Matusa” tornano in mente tutte le delusioni, gli scivoloni, i soprusi, i cori razziali, i campi ostili, la serie C a tavolino, l’inferno dei play off, trofei sfumati e rigori sbagliati: in quel momento c’è solo l’ennesima vittoria, la classifica che dall’alto guarda tutti, il riscatto di una squadra che si è risaputa mettere in gioco nel suo momento storico forse più difficile e di un allenatore che è saputo andare oltre il cinico e gratuito scetticismo altrui, facendo parlare sempre e solo il campo. Carpe diem cari amici. E’ vero, si festeggia a traguardo conquistato e quello di campioni d’inverno è solo un titolo virtuale ma godiamoci il momento, godiamoci questa felicità. Godiamoci una settimana frutto di sacrifici, lavoro e speranze. Godiamoci questi 11 anni complicati ma sempre al fianco del Napoli. Godiamoci ogni sorriso, ogni saltello ed anche ogni critica. Godiamoci tutto, fino alla fine. Godiamoci ogni goccia di sudore, ogni sorpasso, ogni emozione, con la speranza che sia solo l’inizio della seconda parte di un percorso che, al di là del risultato, possa restare ben impresso nella splendida storia azzurra.

We can be heroes, just for one day.

Alessia Bartiromo
RIPRODUZIONE RISERVATA

Continua a leggere

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here