Agostino Di Bartolomei: Capitano mio Capitano

Agostino Di Bartolomei: Capitano mio Capitano

E’ stato uno dei capi carismatici e l’anima della Roma di Dino Viola e Liedholm. Una bandiera del calcio romano anni ’70 e ’80. Un personaggio alla Keating. Lo scorso 8 aprile avrebbe compiuto 65 anni, documentari, libri, canzoni ne ricordano le gesta

La vita è un calcio di rigore. Una rincorsa precisa passo dopo passo per percorrere la strada maestra. Un appoggio stabile sul pallone, come se la sfera di cuoio fosse il proprio mondo, mentre con l’altra gamba lo si calcia forte e lontano come si fa con i sogni, per realizzarli. E poi la speranza che tutto il lavoro di coordinazione, di esecuzione tecnica, di precisione, si trasformi in gol: nella gioia di avercela fatta cioè.

Tutta la vita sportiva di Agostino Di Bartolomei, indimenticato capitano della Roma regina assieme alla Juventus degli anni ’80, è stata un calcio di rigore tecnicamente perfetto per raggiungere il sogno coltivato sin da bambino nel quartiere natio di Tor Marancia: lo scudetto. Di quella Roma illuminista capace di uscire dalla prigionia del sogno, come disse Dino Viola negli spogliatoi del Ferraris di Genova l’8 maggio 1983, Agostino Di Bartolomei è stato l’anima. Del capitano “Ago” aveva tutto: Il carisma del silenzio quel grande sentimento dove ci sono le infinite passioni, ma anche dove si tendono le redini del comando. La grande fermezza degli uomini di personalità, quella che ti permette di riprendere i tuoi compagni campioni così come di parlamentare con gli arbitri, senza scomporti. Stabilendo da subito chi è il più forte e saggio. Il senso d’appartenza anche a una storia sin dalle sue radici profonda che nasce in un campetto di periferia, mentre i campioni del tuo cuore si chiamano Losi e Manfredini, e approda nella primavera della Roma anni ’70 più volte campione d’Italia.

Fino a che un giorno questa storia d’appartenenza non divenne una maglia giallorossa da professionista, il 22 aprile del 1973, quando Antonio Trebiciani sostituto dell’esonerato Herrera, lo fa esordire a San Siro contro l’Inter. Quell’esordio, terminato con uno 0-0 fondamentale per la tribolata salvezza, fu il primo dei tanti calci di rigore segnati nella sua vita. Da lì, con l’intermezzo nella Lanerossi Vicenza 1975-76, nascerà una lunga storia d’amore e di fede vissuta intensamente con la sua squadra del cuore, della quale è stato un nome tutelare.

Lo scudetto vinto con la fascia al braccio, l’affetto del pubblico, la stima incondizionata di Liedholm che lo fa giocare difensore centrale nell’anno del trionfo: perché il gioco nasce sempre da dietro e ci vuole mente e cuore dedito alla causa per svilupparne le giuste trame. Tutte immagini che assieme all’ultima coppa, quella Italia del 1984, alzata al cielo nell’Olimpico infiaccolato, raccontano dell’amore che nel silenzio delle grandi passioni Agostino Di Bartolomei ha provato per la sua Roma.

Poi dopo 308 partite di cui 146 da capitano e 66 gol, il distacco. Le ultime avventure nel Milan per ricostruire assieme a Liedholm il “Diavolo” che fu e dal 1988 al 1990 nel Cesena come nella Salernitana, per restare in serie A o raggiungere una storica promozione. Ci ha lasciato nel 1994, in terra campana a San Marco frazione di Castellabate, un gesto improvviso a dieci anni esatti dal rigore calciato nella finale di Coppa Campioni contro il Liverpool.

Quella notte Agostino Di Bartolomei fu il primo a calciare per trafiggere, come fosse un legionario romano, il cuore dei reds. Una rincorsa precisa, un appoggio stabile, il destro forte e le braccia al cielo per il gol della speranza. Non bastò, ma in quel momento il pubblico di fede romanista riconobbe il suo “Ago” e con il sogno di vincere la grande coppa ancora per un attimo intatto lo omaggiò dicendogli: capitano mio capitano.

Foto fonte: Wikipedia

Matteo Quaglini

L’articolo Agostino Di Bartolomei: Capitano mio Capitano proviene da Passione del Calcio.

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