“Pietruzzu”, il “Pelè bianco” venuto dal sud

“Pietruzzu”, il “Pelè bianco” venuto dal sud

Con enorme piacere, dedichiamo questo
pezzo al ricordo del grande Pietro Anastasi, indimenticabile attaccante degli
anni 60’ e 70’

Questa è la storia di un semplice ragazzo meridionale,
arrivato dal profondo sud, precisamente dalla bella e mite Catania, destinato
ad entrare nella storia del calcio italiano. Lo chiamavano “Pietruzzu”,
è la sua, è la storia tipica del meridionale approdato nel grande Nord in cerca
di fortuna e successo, una storia fatta di gioie e passioni, di momenti tristi
e bui, ma nonostante ciò, indimenticabile come pochi.

Siamo negli anni del boom economico, in un paese
spaccato in due in termini di disuguaglianza e innovazione: un nord moderno e
dinamico economicamente, contro un sud ancora arretrato nelle infrastrutture e
con profonde crepe sociali da risanare. Ed è proprio da lì, che inizia la
storia del futuro “Pelè bianco” (come sarà soprannominato dai suoi tifosi alla
Juventus). Pietro Anastasi muove i primi calci sotto l’Etna con la
maglia della Massiminiana, disputando il campionato di Serie D, in cui
tra il 1964 e il 1966 segna 19 reti in 38 partite, contribuendo alla storica
promozione in serie C della squadra etnea.

Se in questa storia c’è qualcosa di magico e significativo, è il rapporto del grande “Pietruzzu” con il fato, un rapporto molto costante e decisamente fondamentale per l’evolversi della sua carriera. Il primo contatto con il destino arriva nel 66’ e ha come protagonisti due persone, una donna incinta, testarda e risoluta a partire dall’aeroporto Fontanarossa di Catania per Milano e un dirigente del Varese, Alfredo Casati, che da perfetto gentiluomo lascia il suo posto sull’aereo alla donna, decidendo di partire l’indomani.

L’uomo, visto il giorno libero e consigliato da un barista ad andare a vedere la partita del Massiminiana, perché c’era un ragazzotto molto in gamba col pallone, accetta l’invito del signore. In breve, a fine partita Casati va da “Pietruzzu”, strappando il suo sì a trasferirsi dalla Sicilia verso Varese, per giocare dalla prossima annata con la squadra lombarda in Serie B.

A Varese, luogo in cui trova anche l’amore della sua vita, disputa due ottime stagioni: la prima quella del 1966-1967, nel campionato di Serie B dove segna 6 gol in 37 partite, ottenendo la promozione in A e la seconda, quella del 1967-68, l’annata della consacrazione. Nella sua prima stagione in massima serie segna 11 gol in 29 partite, tra cui una clamorosa tripletta alla sua futura squadra, la Juventus.

Nello stesso anno, viene convocato per il Campionato Europeo in Italia con la Nazionale Maggiore e a soli 20 anni firma il definitivo 2-0 dell’Italia ai danni della Iugoslavia, che permise alla squadra di Valcareggi di vincere il suo primo e unico alloro europeo. Straordinaria la sua mezza rovesciata su assist al bacio di De Sisti, che gli è valsa nel 2014 l’ingresso nella lista dei 60 gol più belli della storia del calcio europeo.

Intanto nel maggio dello stesso anno, entra in scena il secondo grande contatto con il fato. L’Inter vuole l’attaccante catanese, riuscendo praticamente a prenderlo grazie alla forte amicizia che legava Italo Allodi, dirigente nerazzurro e il “vecchio” Casati. La Juventus dell’avvocato Agnelli è, però, rimasta stregata da quella tripletta rifilata dal ragazzo durante il match di campionato.

Ecco allora, che l’avvocato, approfittando dell’avvicendamento Fraizzoli-Moratti, decide di inserirsi nella trattativa riuscendo a convincere il presidente del Varese, Borghi. Anastasi passa alla Juve per 650 milioni di lire (cifre record e giocatore più pagato al mondo di quel decennio) e soprattutto più una fornitura di compressori e frigoriferi per la Ignis, azienda di Borghi.

Sotto la Mole, Anastasi entra nella storia del nostro calcio: disputa otto stagioni tra il 1968 e il 1976, siglando complessivamente 132 reti in 307 partite tra campionato e coppe. A Torino vince tre scudetti (1971-72, 1972-73, 1974-75) entrando in maniera indelebile nella storia dei tifosi bianconeri. Alessandro Baricco su di lui scrive: “Pietro Anastasi finì per essere il simbolo vivente di un’intera classe sociale: quella di chi lasciava a malincuore il Meridione per andare a guadagnarsi da vivere nelle fabbriche del Nord”.

Con i bianconeri si consolida come giocatore di grande estro e impegno, un attaccante di manovra, come amava definirsi anche lui. Partendo da ala, la sua dote migliore è la velocità e lo scatto, nonché il grande altruismo nel lavorare tantissimo per la squadra. Con l’altro giovane attaccante bianconero, Roberto Bettega, formeranno una delle migliori coppie del calcio italiano.

Importante la sua dote realizzativa, va a doppia cifra nei primi due anni, riuscendo a primeggiarsi sempre anche negli anni successivi. Con la maglia della Juventus, sigla anche un grande record per il calcio nostrano, battuto solo negli anni più recenti, ovvero quello di riuscire a segnare, in un Juve Lazio 4-0, una tripletta nel giro di cinque minuti entrando dalla panchina. In campo internazionale “Pietruzzu” diventa capocannoniere nella Coppa delle Fiere 1970-71 con 10 reti.

Gli anni alla Juve sono anche caratterizzati dal rapporto burrascoso con due allenatori in particolare: il “sergente di ferro”, Heriberto Herrera, che dopo uno schema non compreso in allenamento gli disse: “Tonto, stia a guardare, perché lei non capisce niente!”, e soprattutto con Carlo Parola, che nel 1976 lo mette fuori rosa dopo alcune dichiarazioni al veleno dello stesso Anastasi. Proprio, il rapporto con quest’ultimo costringe nell’estate del 1976 “Pietruzzu” a lasciare Torino per Milano, direzione Inter.

Lo scambio con il più
anziano Boninsegna giova più ai bianconeri, che continuano a cucirsi
tricolori sul petto, mentre Anastasi in nerazzurro vince solo una Coppa
Italia
nel 1978. Con i meneghini disputa complessivamente 66 gare, mettendo
a referto 13 gol. Conclude la sua esperienza a Milano nel 1978, quando accetta
il trasferimento ad Ascoli. Nelle marche, complice l’avanzare dell’età e
qualche infortunio di troppo, disputa tra il 1978 e il 1981 solo 58 gare, segnando
9 gol. La carriera di Anastasi si conclude nel 1982 dopo una breve parentesi in
Svizzera, tra le file del Lugano, firmando 10 reti in 14 presenze.

Dopo il calcio, “Pietruzzu” ha deciso di ritornare a Varese, insieme alla propria famiglia, diventando allenatore di alcune giovanili varesine, ma senza mai puntare a panchine più prestigiose. La sua carriera è stata senza dubbio indimenticabile non solo per quello che ha dato in campo, ma soprattutto per quello che ha rappresentato per milioni di tifosi non solo juventini. Anastasi è stato il simbolo dell’italiano operario, del ragazzo venuto dal Meridione in cerca di una vita migliore e perché no anche del successo.

Un simbolo da ricordare per sempre. Prima della sua morte, avvenuta per SLA, all’età di 71 anni, proprio il 17 gennaio di quest’anno, ha potuto vedere il suo nome inserito in maniera ufficiale nella Hall of Fame del calcio italiano, con il “Riconoscimento alla memoria” (2019).

Noi di Passione del Calcio abbiamo avuto la grande fortuna di intervistare per ben tre volte il grande Anastasi:

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Mi fa sempre piacere intervenire da voi perché siete molto preparati. Al calcio devo tutto. Congratulazioni. Vi faccio un grosso in bocca al lupo e saluto tutti i tifosi, in particolare quelli delle squadre in cui ho giocato“. Ecco come ci salutò

Fonte foto: La Stampa; Sport.it

Sandro Caramazza

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