Dino Zoff: il campione del mondo

Dino Zoff: il campione del mondo

Esordì in serie A a diciannove anni, nel 1961. Sei volte campione d’Italia, due Coppe Italia e una Coppa Uefa con la Juventus. Campione d’Europa 1968 e del Mondo 1982 con l’Italia. E’ stato un fuoriclasse della porta: 842 partite in carriera, 332 partite giocate consecutivamente in campionato dal ’72 all’83, 59 volte capitano e 1142 minuti con la porta inviolata in nazionale, 903′ minuti di imbattibilità nella stagione ’72-’73 con la Juventus.

Dino Zoff è stato il Lev Yashin italiano. Un fuoriclasse tra i portieri. Uno dei capi carismatici e tecnici della scuola italiana. Di quella filosofia improntata sulla tecnica pura e sull’interpretazione, di quella scuola fatta di duri allenamenti, il grande leone russo è stato un estimatore e del grande Dino un ammiratore. Dino Zoff nasce a Mariano del Friuli il 28 febbraio del 1942, pochi giorni prima, il 25 febbraio, l’Armata Rossa ha iniziato la sua controffensiva sul Fronte Orientale, sei divisioni della Wehrmacht sono chiuse nella sacca di Demjansk. Il volto della guerra e del mondo sta di nuovo cambiando. Lo stesso giorno in cui Zoff nasce comincia l’invasione giapponese dell’isola di Giava. E’ della generazione dei ragazzi e delle ragazze nate sotto la guerra, ragazzi di vita per dirla con Pasolini. E come tutti quei ragazzi ha qualcosa dentro di speciale, di nobile, di aperto al domani. E il suo domani è in porta a parare palloni.

Esordisce in serie A il 24 settembre del 1961 in Fiorentina-Udinese 5-2, a diciannove anni. Lo battezza a cento metri di distanza nell’altra porta, quella della Fiorentina, un altro grandissimo portiere Giuliano Sarti che ben presto aprirà con il suo cognome la metrica della poesia chiamata Grande Inter. Quei cinque gol subiti, di cui leggendo i giornali dell’epoca è incolpevole, lo fortificano e lo spingono in giro per l’Italia. Diventa il numero uno del Mantova, dal 1963 al 1967, e li per un gioco del destino che anima la fascinosa cabala del calcio ritrova Sarti, il mentore dell’esordio. Le sue parate e le sue uscite basse perfette e tecnicamente ineccepibili fermano l’Inter, in quel 1° giugno del 1967 che sa di impero caduto. Più Zoff para e più, mentre passano i minuti, il gol dell’ex Di Giacomo assomiglia a Odoacre il generale sciro che depose l’ultimo impertore di Roma, Romolo Augustolo. La Grande Inter finisce li davanti al carismatico silenzio di Dino Zoff.

Sarà così anche per argentini, brasiliani e inglesi, in giornate indimenticabili di calcio italiano nel mondo. Intanto nei cinque anni di Napoli (1968-72) affina la tecnica frutto del suo lavoro maniacale e meticoloso. Gioca con Altafini, Juliano e Sivori, della squadra è il pilastro difensivo. All’ombra del Vesuvio esordisce in nazionale. Il 20 aprile del 1968, nell’anno che conclama la rivoluzione giovanile, in Italia-Bulgaria. Valcareggi in seguito agli infortuni di Lido Vieri e Albertosi sceglie lui anziché l’esperto portiere della Juventus Anzolin. L’emozione, come diceva Carmelo Bene è tutto, ma Dino Zoff è un freddo-emotivo, uno che vive e cela come fanno quelli che hanno sentimenti. Con quell’emozione sotto la maglia ferma il centravanti Asparukov, il grande Gundi come lo chiamano i bulgari di cui è idolo indiscusso. Nasce cosi, la storia con la nazionale nella quale giocherà 112 partite fino a diventare campione del mondo.

Quegli anni di confine, tra il ’68 e il ’74, sono quelli della rivalità con Albertosi altro fuoriclasse tra i portieri. E’ una rivalità all’italiana, intrisa di amicizia e rispetto cioè. E’ il Mazzola-Rivera, il Coppi-Bartali, della porta. Ma quelli sono anche gli anni dell’approdo alla Juventus di Boniperti. Lo acquista Italo Allodi, il mammasantissima del mercato. Con lui il grande dirigente pensa di vincere la Coppa dei Campioni che invece rimarrà un sogno per Dino Zoff costretto ad arrendersi alle parabole piratesche, diaboliche nella loro perfidia, di Rep e Magath. Nella Juventus si completa tecnicamente e atleticamente. Oltre che in partita è Dino Zoff anche in allenamento. Affina la preparazione fisica e questo spiega la sua continuità in campo. Bandisce gli infortuni e questo è il segno della forza nelle gambe che esprimerà nelle uscite basse e in quelle a presa alta, sul campo.

Non ci resta che una domanda per capire il Dino Zoff fuoriclasse tra i portieri. Come parava? Il suo atletismo costruito e riforzato in allenamento e distribuito su un metro e ottantadue centimetri di altezza, gli permetteva di centrare tutto sul senso della posizione. La perfetta ubicazione rispetto all’azione era il mantra con cui faceva della porta un santuario invalicabile. Ma ubicazione e posizionamento non bastano da soli, ci vuole qualcosa in più. Ci vuole il gesto del campione. Quelle parate, cioè, in cui c’è tutta la classe distribuita in una carriera. Per Dino Zoff quelle parate vennero a Spagna ’82, il mondiale dei mondiali. Gli Italia-Argentina, Italia-Brasile e Italia-Germania raccontano la sua “trilogia dell’oro” maestosa e compiuta come quella cinematrografica “del dollaro” dell’altro fuoriclasse Sergio Leone. Li c’è tutto Zoff.

Acrobatico e reattivo quando salta leggermente all’indietro e con la mano destra devia fuori dalla porta un colpo di testa del caudillo Passarella. Fermo e dunque ben piazzato quando Bertoni prova a scavalcarlo, dentro l’area, con un pallonetto che lui afferra a due mani. Perfetto nel tempo di uscita bassa quando si butta a corpo morto su Cerezo, solo al limite dell’area, per deviare la palla. E proprio quel famoso Italia-Brasile è la sua perla più grande. Minuto ’90 cross e colpo di testa del difensore Oscar, Zoff come tutti i campioni c’è quando è il momento decisivo. E c’è con tutta la sua tecnica: spostamento laterale con i piedi sulla linea di porta da sinistra a destra, veloce. Spalle in direzione della palla. Tuffo e presa del pallone in volo a evitare il rimbalzo fatale con la mano destra. Accompagnamento della sfera a terra e poi bloccaggio con la sinistra a rallentare e spegnere il movimento cinetico del vecchio dio pallone.

In questo gesto tecnico c’è tutta l’arte di Dino Zoff portiere. Un arte fatta di respinta in mischia, di palloni bloccati, di deviazioni nel famoso Inghiterra-Italia 0-1 del 1973 quando anche gli inglesi si arresero alla classe variegata nei gesti tecnici del ragazzo di vita friulano divenuto grande portiere. Poi dopo il titolo mondiale nel 1982 che lo consacrò vincitore più anziano della Coppa del Mondo a quarant’anni, venne il tempo del sipario. Le ultime due partite non furono fortunate.

In nazionale l’ultima fu Svezia-Italia del 29 maggio 1983 valevole per la qualificazione a Euro ’84 e persa per 2-0. Mentre pochi giorni prima, il 25 maggio, ad Atene Felix Magath aveva riaperto le ferite di Nelinho, Brandts e Arie Haan inferte al mondiale argentino del ’78. Quel gol da lontano in Amburgo-Juventus era identico a quelli di questi altri grandi tiratori e costituisce l’unica crepa nella memorabilia di Dino Zoff. Molti illustri critici lo criticarono per quei gol da quaranta metri, ma quelli erano dei tiratori e anche quando il portiere si estende completamente con corpo e braccia non può parare anche i pugni di George Foreman. Forse nemmeno un fuoriclasse come Dino Zoff poteva e quelli rimangono gesti tecnici grandi contro un altro gesto tecnico al massimo della sua estensione. Dino Zoff nominato Commendatore (1982) e Grande Ufficiale (2000) della Repubblica italiana è alla fine di una carriera fantastica, di una serie di parate memorabili, di 326 gare guidate da allenatore della nazionale Olimpica e di Juventus, Lazio e Fiorentina, il campione del mondo di quel complesso e affascinante regno che si chiama, porta.

Foto fonte: calciomercato.com

Matteo Quaglini

L’articolo Dino Zoff: il campione del mondo proviene da Passione del Calcio.

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