Napoli-Milan: un giorno da leoni

Napoli-Milan: un giorno da leoni

Il racconto di una delle più avvincenti partite della storia del campionato italiano. Alla ventottesima giornata della serie A 1987-88 si affrontano in un San Paolo gremito, le due regine. La squadra di Maradona è un punto avanti a quella di Gullit, chi vince è campione d’Italia

Se c’è una punizione al limite dell’area sarà il suo sinistro magico a scoccare il tiro, e nessun altro. Quando Maradona accomoda la palla e il Milan compone la barriera il primo tempo è scaduto e il pubblico attende in religioso silenzio. E’ il rito propiziatorio di un popolo di 82.824 fedeli che sperano sacrilemente che per una volta tanto il miracolo non venga dalle mani di San Gennaro, ma dai piedi di un argentino divino.

Il Milan di Sacchi per l’unica volta in tutta la partita si arrocca in area e prepara la contraerea. Gullit viene mandato a occupare, insieme a Evani, l’estremo settore destro di quella lunga fila di uomini che nel calcio si chiama barriera, è il segno che tutte le forze vanno concentrate li su quella zolla di campo a sedici metri di distanza da Giovanni Galli, il portiere dello squadrone milanista. Fino a quel momento la gara è stata equilibrata, ma il Milan dopo un affondo di Ancelotti nella metà campo e un tiro deviato di Evani sulla susseguente punizione ottenuta da Carletto, ha trovato il gol. Una uncinata nell’area piccola del corsaro Virdis su una palla rimpallata da una barriera imprudentemente in movimento, da il vantaggio psicologico, tecnico e tattico agli emuli del grande Ajax di Cruijff e Michels. Su questo sottile filo dell’equilibrio spezzato si giocheranno i successivi 54 minuti di questa finale del mondo.

Già, così poco prima di cominciare l’aveva definita Diego Armando Maradona al microfono d’assalto di Giampiero Galeazzi. Sta pensando a quella frase quando rialza la testa e guarda la muraglia milanista, una volta sistemata la sfera. Un passo, il piede mancino che avvolge la palla, lo slancio della gamba, sono un tutt’uno nel catapultare in gol il pallone del pareggio. Se finisce così, 1-1, lo scudetto rimane custodito dal Maschio Angioino. E calda sarà la festa, come la notte napoletana. Ma Sacchi non si abbatte e ragiona come fece Hontario Nelson a Trafalgar, nella battaglia con i bastioni franco-spagnoli. Osa cioè. E c’è scienza non casualità nel suo azzardo.

All’inizio del secondo tempo inserisce van Basten per Donadoni che ha giocato trequartista, come faceva Causio nella Juventus anni ’70, e compone un tridente con Virdis e Gullit. L’olandese volante va lui sulla trequarti, ma non gioca da dieci alla Rivera bensì da attaccante che parte da lontano. Lo segue come un francobollo ben saldo sulla busta Tebaldo Bigliardi col numero cinque. Il Milan attacca a tutto campo: Tassotti spinge a destra, dove raddoppiano Colombo, Ancelotti e Gullit stesso. A sinistra c’è Maldini che sembra la riedizione del Treno Azzurro, anche se non ci sono ne il delitto ne Poirot. Il Napoli marca a uomo con Ferrara su van Basten, Bruscolotti su Virdis, Renica libero adetto al rilancio lungo. A centrocampo Bagni, De Napoli e Francini creano la “fortezza Europa”. Il Milan va in forcing con la sua zona pressing, i suoi trinagoli, i movimenti senza palla, come se fosse in trance agonistica. O tutto o niente.

Al ’68 Gullit si allarga sulla destra sospinto dal suo atletismo che fa paura, caracolla su di lui Francini ma è tardi per chiudere. Cross tagliato e gol di testa di Virdis, 2 a 1 e lo scudetto stavolta ha la sagoma del Duomo. Il pubblico incita e Bianchi cambia. Da due punte a quattro: sulla stessa linea giocano, a venti dalla fine, Giordano con Maradona, Carnevale e Careca. E’ attacco contro difesa, all’arma bianca. E qui, nel momento che vale una stagione, il Milan è maestoso. Non arretra di un metro. Difende alto, fa il fuorigioco, pressa a tutto campo guidato da Baresi reincarnazione di Franz Beckenbauer. Poi come diceva Cyrano de Bergerac: alla fine della tenzone, tocca.

Gullit vola via sulla sinistra col Napoli tutto sbilanciato in attacco, a campo aperto le marcature a uomo saltano è gioco forza. Palla al centro dell’area e van Basten segna il gol che vale uno scudetto: l’undicesimo nella storia del Milan. Sotto 3 a 1 il pubblico non molla e sale l’incitamento, anche se non è l’urlo di petto del pareggio maradoniano. Il centrocampista Romano fugge via in area dopo un fallo laterale, cross di esterno destro e gol di testa di Careca, 3 a 2 il miracolo è ancora possibile. Il Milan difende in maniera aggressiva, fa scattare il fuorigioco cioè. E la nota tecnica più bella di tutta la sua partita, perché di là sono tutti dei Muhammad Ali.

Quando Rosario Lo Bello, il figlio del grande Concetto, fischia la fine dopo l’ultimo angolo partenopeo, i milanisti si abbracciano: hanno vinto. Sacchi è trasfigurato in volto come tutti quelli che contengono le emozioni per non vederle dissolte. Il pubblico, magnifico e competente, applaude i campioni e nell’abbracciare un Napoli battuto ma ancora pieno d’onore prima delle vili polemiche, sancisce che è stato un giorno da leoni.

Foto fonte: napolicalcionews.it

Matteo Quaglini

L’articolo Napoli-Milan: un giorno da leoni proviene da Passione del Calcio.

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